JEET KUNE DO
il “non-metodo”

jeet kune do

Molti conoscono Bruce Lee, l’attore, colui che ha animato (e continua ad animare) i sogni di tanti ammiratori appassionati, ma ben pochi ne conoscono davvero la storia. E pochi sanno che egli fu il primo a rompere, con tenacia e determinazione, quel muro di omertà che ha sempre contraddistinto i cinesi, il pregiato “popolo del drago”, geloso della propria storia e tradizione millenaria. Fu lui ad aprire all’Occidente la strada delle Arti marziali cinesi, e probabilmente pagò per questo.

Spesso si sente dire che il Jeet Kune Do sarebbe l’”Arte” di Bruce Lee E’ un errore grossolano, commesso soprattutto per motivi di mercato, per poter meglio sfruttare a pieno raggio l’immagine potente del mito che Bruce Lee rappresenta, ingannando infatuati e inesperti supporter (e potenziali emuli, aspiranti “fighter”!) con una banalizzazione del senso profondo del Jeet Kune Do,

bruce leePer amore e rispetto verso tutto ciò che il “Piccolo Drago” ha rappresentato e rappresenta per il Kung Fu, intendiamo chiarire alcuni punti.
Innanzi tutto, il Jeet Kune Do è, fondamentalmente, un principio: Bruce Lee era solito dire, provocatoriamente (e nello spirito tradizionale del nonsense orientale), che il suo Jeet Kune Do era il “non usare un metodo come metodo”; vale a dire: saper vincere il condizionamento degli schemi. Gli schemi, infatti, sono strutture di supporto, inizialmente necessari al principiante per entrare nello spirito della pratica, cioè per un periodo propedeutico di apprendistato, ed ancora validi per l’allenamento e per un primo perfezionamento della tecnica, ma poi vanno interiorizzati, estrapolandone significati e principi, adattandoli a se stessi, ed infine vanno del tutto accantonati per far posto alla crescita, all’evoluzione e alla libera espansione del nostro personale talento. E allora, che senso ha insegnare il Jeet Kune Do, quasi fosse uno stile qualsiasi? Quando si entra in una palestra per “fare” Jeet Kune Do, non si fa altro che “fare quello che ci viene detto di fare”, con schemi e metodologia uguali per tutti, esattamente come si fa in tutte le altre discipline, né più, né meno. Dov’è il senso di quello che Bruce Lee voleva indicare, dov’è il metodo senza metodo, dov’è il Jeet Kune Do? Se si vuole apprendere davvero il Jeet Kune Do, bisogna avere umiltà, spirito di sacrificio e molta disciplina, bisogna ricalcare, come esempio, la strada che lo stesso Bruce Lee percorse: acquisire, con studio e applicazione, l’essenza di più metodi. Bruce ne analizzò ben 26! E dopo tutto questo plurivalente tirocinio, dai metodi appresi bisogna lasciar cadere ciò che non ci serve, ciò che non si addice a noi, tralasciare ciò che ci rimane ostico ed estrapolarne invece il necessario, inteso appunto come ciò che si addice alle nostre caratteristiche psico-fisiche , tutto quello che ci risulta consono, che può servire a far emergere, lievitare ed esprimere il nostro personalissimo talento. Tutto ciò implica, oltre l’addestramento in pratiche diverse ed una profonda riflessione metodologica sulle loro diverse “essenze”, sui diversi principi, anche un lavoro di consapevolezza dei propri mezzi, delle proprie capacità individuali e dei propri limiti, per poter infine armonizzare il bagaglio acquisito in un insieme organico di capacità e competenze individualizzate, secondo un principio prammatico, teso ad esaltare le specificità di ciascuno.

bruce leeBruce Lee aveva capito che  qualunque Arte, se in un primo momento obbliga il principiante ad adattarsi alla pratica per mezzo di schemi (per motivi di disciplina motoria e spirituale), in un secondo tempo deve lei stessa adattarsi all’allievo, il quale prenderà solo ciò che gli serve, abbandonando schemi che risultano ormai statici e obsoleti, quasi delle gabbie; insomma, chi pratica davvero il Jeet Kune Do dovrà, alla fine del processo, arrivare a personalizzare l’Arte stessa, per sviluppare al meglio i propri attributi, le proprie specifiche abilità e capacità, trasformandole in competenze. Bruce Lee pone quindi al centro l’ Individuo, sostituendolo all’Arte: questa è la grande rivoluzione, e il “Piccolo Drago” la compie attraverso la propria immagine ed il proprio esempio; non è l’Arte che fa grande Bruce Lee, ma è lui che fa grande l’Arte. Non a caso è lui che divulga in Occidente ciò che per lunga tradizione era rimasto prima segreto, esoterico, chiuso nell’ambito della setta o “famiglia”, e poi, in tempi più recenti, insegnato pubblicamente sì, ma ancora strettamente riservato ai soli cinesi; ed infine è ancora lui che impone all’Occidente il termine Kung Fu per associarlo alla boxe cinese, che fino ad allora ci veniva elargita in decine di film, ma con titoli che facevano riferimento ad altre discipline non cinesi, che fino ad allora si conoscevano meglio (Karate, Judo, Ju Jitsu, ecc.).

Bruce Lee comprese che per diventare un vero combattente era necessario saper usare strumenti diversi, a seconda della situazione, cioè analizzare più metodi e trattenere di essi solo l’utile e l’adatto, sapersi costruire un bagaglio personale esperto; comprese che per raggiungere la piena efficienza nello scontro con un avversario bisognava essere completi, pronti ad affrontare ogni situazione e tutti i diversi livelli del combattimento (corta/lunga distanza, chiusura della misura, intrappolamento, lotta in piedi e a terra, ecc.); non solo: intuì l’importanza della facilità, la naturalezza immediata nel passare da un livello all’altro; insomma, lui stesso dichiarò “il mio movimento è il risultato del vostro movimento, la mia tecnica è il risultato della vostra tecnica”, e precisò come “c’è un raggio d’azione in cui la Boxe occidentale si oppone a qualsiasi arte che usa i calci. C’è un raggio d’azione in cui il Wing Chun fronteggia la Boxe occidentale. Esiste un altro livello dove il Tai Chi si oppone al Wing Chun”.

Il Jeet Kune Do prevede l’addestramento al combattimento inteso come scontro reale, senza regole: non è quindi pensabile una sua applicazione sportiva, da ring, dove il combattimento è inteso come incontro fra i due avversari. A questo fine lo stesso Bruce Lee osservò “una lotta non è di solito vinta da un pugno o da un calcio, devi imparare a sopportare, oppure devi assumerti una guardia del corpo e condurre una vita meno aggressiva”! Il praticante deve quindi, con l’assistenza e la guida esperta del Maestro, imparare ad analizzare il bagaglio tecnico in rapporto a se stesso, deve valutare con accortezza per trovare la chiave, e soprattutto deve, con un addestramento adeguato, esercitarsi a passare con fluidità da una situazione all’altra, da un livello all’altro, nel più breve tempo possibile, per  essere davvero completo ed efficace in combattimento.

JEET KUNE DO

bruce lee

La Kwoon Kung Fu Wu Shu Shen Long mette a disposizione del praticante di Jeet Kune Do un bagaglio tecnico vasto e completo, che copre svariati stili tradizionali cinesi e diversi settori di complemento (Boxe, Kick boxing, Muay Thai, Chinna ecc.), capaci di racchiudere tutti i livelli del combattimento, e fa riferimento al corso MDS (Military Defence System) della nostra scuola, sempre sotto la guida attenta di un Maestro con una solida, trentennale esperienza di insegnamento, requisito  questo indispensabile per far effettivamente crescere l’ allievo. A questo proposito,  vorremmo citare le belle parole di Bruce Lee:

“ L’allenamento non opera su un soggetto,
ma sullo spirito e sulle emozioni di un essere umano.
Per agire su sfere così delicate occorrono intelligenza e discernimento

PROGRAMMA DI LAVORO

  1. Analisi dei principi del combattimento
  2. Psicologia del combattimento
  3. Applicazione tecnica in coppia a mano nuda e con armi
  4. Elementi di MDS
  5. Studio di diverse armi: 
    1. Her Po Kum Bian (Nunchaku)
    2. Her Po Jin Kun (doppi bastoni)
    3. Pang (bastone singolo)
    4. Cho (coltello)

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